Seguire il sogno: il percorso di Francesca Ravera da Genova a Broadway

A tutti dico: trovate la forza di diventare ciò che siete, senza paura di affrontare il cammino che vi porterà a scoprire la vostra vera essenza.

Francesca Ravera è un’attrice pluripremiata che vive a New York. Ha lasciato il suo “lavoro sicuro” a Genova per inseguire il sogno di recitare, sfidando le aspettative e abbandonando la carriera di odontoiatra per seguire la sua vera natura. Dopo aver studiato al Lee Strasberg Theatre & Film Institute, ha interpretato pièce teatrali, film e cortometraggi, costruendosi una carriera internazionale. Ha recitato in produzioni Off-Broadway, tra cui Constellations di Nick Payne e The Hummingbirds di Garret Jon Groenveld al Chain Theatre. Il suo progetto più recente, Truth Be Told, è stato presentato per la prima volta al Gene Frankel Theatre di New York dal 19 febbraio al 9 marzo 2025. L’abbiamo intervistata per IlNewyorkese.

Cosa ti ha motivato a seguire la tua passione per il teatro, nonostante le incertezze e le sfide che potresti aver incontrato lungo il percorso?

Ho sempre amato il teatro. Da bambina, sognavo di recitare. Alle elementari dicevo a tutti che sarei diventata un’attrice. Forse un desiderio comune a molti bambini, ma io ci credevo davvero.

Quando è arrivato il momento di scegliere l’università, però, ho preso un’altra strada e mi sono iscritta a Odontoiatria. Pensavo fosse la scelta giusta, ma più andavo avanti, più sentivo di stare vivendo la vita di qualcun altro. Avevo una pergamena, un camice verde, le pinzette in mano—eppure dentro di me sapevo che il mio posto era altrove. Il teatro, che aveva sempre fatto parte di me, stava bussando alla porta con troppa insistenza per essere ignorato. Per tanto tempo ho avuto paura di seguire davvero quella passione. Volevo recitare, ma non sapevo da dove iniziare. Avevo il terrore di sbagliare, di non farcela. Poi, un giorno, ho capito che l’unico errore sarebbe stato restare ferma. Ho deciso di ascoltare quella voce interiore e di buttarmi.

Mi sono trasferita negli Stati Uniti senza un grande piano, senza sapere quanto sarei rimasta. Sapevo solo che il mio sogno era sempre stato New York. Una volta qui, ho iniziato a studiare alla Lee Strasberg Theatre & Film Institute, poi alla Neighborhood Playhouse School of the Theatre. Volevo solo formarmi, migliorarmi—ma da una cosa ne è nata un’altra. Ho cominciato a fare audizioni, a ottenere ruoli, a costruire la mia carriera.  E più andavo avanti, più capivo che non sarei più tornata indietro. Il teatro mi ha dato tutto, e io gli ho dato tutto in cambio.

Riflettendo sulla tua esperienza fino ad ora, cosa ti ha offerto New York che probabilmente non avresti trovato in nessun’altra città?

Essere a New York mi ha dato tantissimo, sia a livello professionale che umano. E in questo mestiere, le due cose non sono mai davvero separate: ciò che vivi, ciò che impari, le persone che incontri—tutto si riflette nel modo in cui interpreti un ruolo. Ogni esperienza ti arricchisce come persona e, inevitabilmente, lascia un segno anche sul palco. Dal punto di vista artistico, c’è la formazione accademica, certo, ma la vera scuola è il palcoscenico. Andare in scena, provare, sbagliare, sperimentare—è lì che cresci davvero. Ma quello che rende unica New York è la sua dimensione multiculturale. Qui ho avuto la possibilità di entrare in contatto con persone di ogni parte del mondo, ognuna con una storia, una cultura, una prospettiva diversa dalla mia. Non so se avrei potuto vivere un’esperienza simile in Italia. Forse sì, in qualche misura, ma non con questa intensità. A New York basta sedersi in un caffè per trovarsi, nel giro di dieci minuti, a conversare con qualcuno proveniente dall’altro capo del mondo. E poi c’è l’energia artistica della città. Lo dico sempre: New York non è piccola, ma è come se lo fosse, perché in uno spazio relativamente contenuto si concentra un numero incredibile di opportunità. Dal punto di vista lavorativo, essere immersa in una realtà così variegata mi ha insegnato moltissimo. Ti spinge ad adattarti, a essere versatile, a confrontarti con persone che hanno approcci completamente diversi dal tuo. Non mi è facile fare un paragone con l’Italia, delle volte mi chiedo cosa sarebbe successo se fossi rimasta, ma non è un pensiero che mi tormenta. Vivo il presente, e sono profondamente grata per tutto ciò che sto vivendo qui.

In che modo la recitazione ha arricchito la tua vita, sia professionalmente che personalmente?

Amo la possibilità di connettermi profondamente sia con i personaggi che interpreto sia con il pubblico. Ogni spettacolo è un’esperienza unica, un processo in continuo divenire in cui si cresce costantemente. Il teatro—e la recitazione in generale—non è mai statico: ogni ruolo è diverso, ogni produzione ha una sua energia particolare, plasmata dal regista, dal cast, dal metodo di lavoro. Questa dinamicità richiede grande adattabilità ed elasticità, qualità che non solo trovo affascinanti, ma che rappresentano l’essenza stessa di questo mestiere. Nel corso degli anni ho interpretato molti personaggi, e ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa. Spesso accade che, leggendo un copione per la prima volta, un ruolo mi sembri interessante ma non particolarmente coinvolgente. Poi, giorno dopo giorno, lavorandoci, mi accorgo di quanto mi leghi a lui. Più volte, alla fine dell’ultima replica, mi sono ritrovata in lacrime perché sapevo che avrei sentito la mancanza di quel personaggio, della sua voce, delle emozioni che mi aveva fatto vivere.

Qual è stato il personaggio che hai interpretato che ti ha lasciato un segno profondo, e in che modo ti ha sfidato o trasformato come attrice?

Uno dei ruoli più significativi per me è stato in Two Rooms di Lee Blessing, uno dei primi spettacoli che ho interpretato a New York. Ero Lainie, la moglie di un uomo americano rapito e tenuto in ostaggio a Beirut. Durante la pièce, il mio personaggio cercava disperatamente di ottenere il suo rilascio, nel privato, affrontava il dolore dell’assenza immaginando dialoghi con il marito. È una storia intensa, che parla di perdita, di politica, di impotenza di fronte agli eventi. Alla fine, il marito veniva ucciso dai suoi rapitori, lasciando Lainie in un vuoto devastante. È stato un ruolo difficile, ma profondamente formativo. Un altro spettacolo a cui sono molto legata è Constellations, che ho portato in scena sia a New York che in Italia in cui una coppia vive infinite versioni della loro storia d’amore, con ogni piccola decisione che porta a un esito diverso.  Infine, Truth Be Told è stato un altro progetto di grande impatto per me. Affronta un tema di drammatica attualità negli Stati Uniti: le sparatorie di massa. Il mio personaggio è una scrittrice che lavora a un libro su un ragazzo responsabile di una di queste tragedie, cercando di ricostruire la sua storia attraverso le parole della madre. Ne emerge un confronto potente sulla verità, sulla manipolazione dei media e sulla responsabilità collettiva. È un testo che mette in discussione molte certezze e che ho sentito profondamente necessario portare in scena.

Hai citato la tua ultima opera teatrale, Truth Be Told. Raccontaci di più su questa produzione e sulla regia che l’ha portata in scena proprio a marzo.

Truth Be Told, presentato per la prima volta al Gene Frankel Theatre di New York tra il 19 febbraio al 9 marzo 2025,è un dramma psicologico scritto da William Camerone diretto da Kim T. Sharp che verte suun intenso confronto tra due donne segnate da una tragedia. Io sono una di quelle due donne, Jo Hunter, scrittrice di true crime, che deve indagare sulla sparatoria di massa e confrontarsi con madre del colpevole, dando vita a un confronto carico di tensione su giustizia, dolore e sul ruolo dei media nella costruzione della realtà nella cruda violenza dell’opinione pubblica.  Kim Sharp si è avvicinato al testo con straordinaria sensibilità, conferendogli il giusto peso e rispettandone profondamente l’essenza, soprattutto nell’affrontare una tematica così complessa. Il suo metodo di lavoro è qualcosa che apprezzo immensamente: sfida degli attori. Ci lascia il tempo e lo spazio per trovare le risposte dentro il testo, guidandoci con domande piuttosto che con soluzioni preconfezionate. È raro incontrare registi che concedano tanta libertà. Alcuni di loro preferiscono trattare gli attori come burattini, indicando loro esattamente cosa fare, come muoversi, quale tono adottare. Kim, invece, valorizza l’interpretazione personale, e per un attore questo è un dono inestimabile.

C’è stata una scena che hai trovato particolarmente difficile da interpretare nel tuo ruolo?

Se una scena appare troppo facile, significa che bisogna scavare più a fondo, trovare un ostacolo, un conflitto. Questo è il mio approccio come attrice: cerco sempre di dare maggiore spessore ai momenti che inizialmente sembrano privi di complessità. Il ruolo di Jo è denso di sfide complesse, sia emotive che narrative. Una delle prove più ardue è quando Jo deve spingere la madre del ragazzo a confrontarsi con i fatti. È un equilibrio delicatissimo: da un lato, Jo non può permettersi di abbandonare l’intervista, dall’altro, si trova di fronte a una donna che ha perso un figlio, e la posta emotiva diventa insostenibile. Jo deve rimanere lucida, mantenere sensibilità e rispetto, senza mai cedere sulla verità. E poi c’è il finale. Dopo un intero spettacolo passato a negare, la madre si arrende alla realtà. I ruoli si ribaltano: se all’inizio è Jo a incalzare mentre la madre resiste, nel finale è quest’ultima a crollare. È un momento di rottura profonda, un passaggio emotivo sconvolgente che lascia un segno indelebile.

Quale sentimento credi che abbia lasciato agli spettatori una volta che il sipario si è chiuso?

Ognuno reagisce in modo diverso, in base alla propria sensibilità e alla propria storia personale. Tuttavia, il testo spinge il pubblico a interrogarsi non solo su ciò che considera vero, ma anche sul motivo per cui lo crede. Uno degli aspetti più potenti della pièce è la sua capacità di mostrare entrambe le facce della medaglia. Non esistono buoni e cattivi, solo persone che cercano di sopravvivere a qualcosa di inimmaginabile. Ci sono momenti in cui il teatro si riempie di un silenzio assoluto. È un silenzio denso, carico di tensione, in cui ogni respiro sembra sospeso e sento che gli spettatori sono totalmente immersi nella storia. Ho una profonda gratitudine verso il Gene Frankel Theatre e il suo direttore artistico Thomas Gordon, il regista Kim Sharp e William Cameron, l’autore della pièce. Il teatro, per me, offre un’emozione unica; con il pubblico si crea un contatto, un dialogo che trovo assolutamente magico che invita a guardare dentro se stessi. Recitare, per me, significa proprio questo: esplorare nuove prospettive, raccontare storie che fanno riflettere, creare connessioni autentiche con la realtà che ci circonda.

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